vedere il balletto Giselle a teatro

Ieri sera ero allo Smeraldo di Milano per vedere il balletto classico Giselle di Adolphe Adam.
Da tempo che non andavo a vedere un balletto a teatro. Ho colto l’occasione per vedere la compagnia del Russian State Ballet of Rostov. Ero perplesso sulla dimensione del palcoscenico del teatro Smeraldo, che non è piccola, ma per uno spettacolo di balletto me lo immaginavo un po’ stretto. E infatti per tutto il primo tempo danzatori e danzatrici, che sono spesso sul palcoscenico per movimenti e danze di gruppo, mi hanno fatto l’effetto di uccellini rinchiusi in una gabbia troppo piccola.
Avete presente la triste, sofferente visione che vi si offre quando andate in un negozio di animali e trovate tanti, tantissimi canarini messi nella stessa gabbia… ecco, la situazione era la stessa.
E addirittura quando ci sono stati gli assolo o i pas-de-deux l’artista sembrava fermare il suo slancio, il suo volo, per non finire fuori dal palcoscenico.
Il primo tempo dell’opera è anche caratterizzato da molta recitazione per raccontare la storia di Giselle. E’ una recitazione muta e quindi ieri sera mi sembrava di vedere un film a colori, ma stranamente senza voci, con gli attori che usavano gesti molto accentuati per far capire i loro sentimenti ed emozioni. Tutta la gestualità era recuperata: mi ha colpito il dettaglio di come i capelli della protagonista venivano sciolti per mostrare che non aveva più freni, che Giselle di fronte al dolore di un rifiuto amoroso esce fuori di senno.
Non ero molto contento. Se poi aggiungo che la visibilità su una parte del palcoscenico era bloccata dalla folta capigliatura della persona davanti, avete capito tutto.
Il secondo tempo è stato tutt’altra cosa: la coreografia (ripresa da quella originaria) non prevedeva tanti ballerini sul palcoscenico e quindi gli artisti hanno finalmente potuto volare, danzare, librarsi. Anche il suono dei loro passi quando atterravano sulle assi del palcoscencio era diverso: era leggero tocco, pieno di ritmo.
Ho apprezzato molto il secondo tempo.
Ah, nell’intervallo avevo cambiato posto.

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